VARANASI: HOLY & SICK

I Goodfellas si sono rimessi in moto, questa volta verso Varanasi. Le aspettative erano alte e la voglia di scoprire l’India mistica sempre più forte.
A Bodhgaya siamo saliti a bordo dell'Express Train, sentendoci sempre più a nostro agio in quei lenti vagoni che non consideriamo più un semplice mezzo di trasporto ma che sono diventati ormai una residenza temporanea che ci permette di muoverci da una città all’altra.
Nell’avvicinarci a Banares (uno dei mille nomi antichi di Varanasi) abbiamo avvertito immediatamente qualcosa di particolare. Il misticismo nelle parole dei nostri compagni di carrozza ci esaltavano, e man mano che ci raccontavano aneddoti e leggende sull’induismo e le sue pratiche ci siamo resi conto di quanto la religione permei gli indiani e l’India. Si parla dell’acqua del fiume Gange (la madre) come di un siero nel quale immergendosi o bevendolo si hanno effetti pressoché miracolosi, i malati guariscono e i miserabili vengono di colpo baciati dalla fortuna. Durante il viaggio abbiamo fatto anche un incontro curioso, una ragazza ucraina e un ragazzo messicano ci hanno raccontato del loro viaggio che durava ormai da più di sette mesi e di come conosciutisi in un minuscolo tempio nel Kerala dove un barbuto Yogi gli ha insegnato tutto sullo yoga, si sono innamorati. Un vero e proprio colpo di fulmine? uno scatto di pazzia? o forse troppa “meditazione & ohm”?
Nel momento in cui ci è apparsa imponente la vista del Gange abbiamo capito che ormai l’arrivo era vicino, l’adrenalina si è cominciata a sentire, il momento era arrivato. Eravamo pronti ad imbatterci nei colori, odori e riti religiosi di una delle città più antiche al mondo. Lo avremmo scoperto a momenti.
Ci siamo fatti trovare pronti e l’approccio a Varanasi non si è rilevtao troppo diverso dal solito caos delle città indiane, fino a quando, trovato un mezzo di trasporto per raggiungere l’ostello, il più classico degli imprevisti ci si è parato davanti: il blocco totale del città vecchia per le celebrazioni del divinità induista Shiva e la preparazione per la sentitissima Festa dell'Indipendenza indiana che cade proprio il 15 agosto ci hanno obbligato a percorrere l’ultimo tratto a piedi. Riusciti a salire su una jeep, ci siamo addentrati in una Varanasi completamente allagata al suon delle strofe della celebre canzone popolare "Osteria numero..." che abbiamo cantato in un misto tra un rito propiziatorio e la goliardia che ci contraddistingue. Arrivati alla città vecchia siamo scesi e zaini in spalla abbiamo cercato di avvicinarci all’ennesimo fatiscente ostello, la Shanti Guest House, tra un indicazione scritta su un muro e il gps che si perdeva costantemente. Persi nelle labirintiche strade della città sacra, ci i è avvicinato uno dei soliti avventori alla ricerca del turista smarrito a cui spillare qualche rupia e con fare non troppo amichevole ci fa strada fino all’ostello sul quale abbiamo avuto fin subito qualche dubbio. Uno dei trucchi di alcuni ostelli e ristoranti di Varanasi è quello di avere il nome quasi identico ad altri in maniera da confonderti.
Fatto il check-in è iniziata la scalata dei ben cinque piani di scale di quel vecchio palazzo che è lo Shanti. Arrivati al piano abbiamo scoperto che le nostre camere-prigioni offrivano tutti i comfort necessari per una tranquilla e spensierata permanenza in una delle città più pazze dell’india: una minuscola superficie 4x4 dove a malapena entrava il letto, una doccia con acqua a singhiozzi, finestre cieche che davano all’interno di un corridoio maleodorante e nessuna areazione fatta ad eccezione per un ventilatore troppo grosso per la piccola stanza e con un’unica velocità: high speed.
Abbandonati i pesanti zaini che bloccavano lo stretto passaggio tra ingresso e bagno siamo corsi sul roof top dello Shanti la cui immensa terrazza (unica nota positiva della location) si affacciava a picco sull’anarchica città, il suo smisurato Gange e i suoi Ghats; da qui si è potuto sbirciare tra un palazzo e l’altro il celebre rito funebre indù che prevede la cremazione dei corpi al cospetto del fiume.
Presi dalla stanchezza e dallo spettacolo a cielo aperto cui si poteva assistere, si è deciso di ordinare nel ristorante dell’ostello, scelta infelice visto che dopo alcune ore il 60% dei Goodfellas si è ritrovato imprigionato al bagno (senza finestre ma con diretta areazione nelle camere confinanti) con conati di vomito, diarrea e febbre, intossicazione alimentare insomma!
Dopo una notte insonne i pochi sopravvissuti sono partiti alla ricerca di tè caldo e biscotti per sfamare i malati, ennesima prova del nostro motto: BeGoodDoGood. La giornata è proseguita quindi con lentezza, cercando di recuperare al più presto per godersi la magia della città. Quindi al calar del sole, recuperati quasi tutti i fellas ci siamo diretti sul Dasawamedh Ghat, dove tutti i giorni si svolge la cerimonia del Ganga Aarti che viene eseguito su un minuscolo palco da un gruppo di bramini vestiti con ingombranti abiti color zafferano. Per raggiungere la cerimonia siamo stati spinti da un'immensa corrente di persone che ci ha trascinato fino alla riva del Gange per poi sorvolarne la riva facendoci largo tra un sali e scendi di instabili imbarcazioni affiancate l’un l’altra come fosse un ponte di barche. Ci siamo accomodati su una delle imbarcazioni e il suono ancestrale delle conchiglie da cerimonia hanno segnato l’inizio dello spettacolo di sventolio di stecche di incenso date alle fiamme, elaborati volteggi e danze con delle grandi torce di metallo che con fuoco e fumo, creano intricati giochi di luce e forme nel cielo cupo. Il tutto accompagnato da canti, inni, percussioni, campanelli e battiti di mani, dove l’intenso profumo di sandalo invade l’aria e ti strega. Stremati i Goodfellas sono tornati al fatiscente ostello e dopo aver dato la buonanotte alla città e alla madre Ganga si sono abbandonati sui loro materassi duri.
L’indomani, riprese del tutto le forze dopo una ricca colazione all’Underground Caf, abbiamo fatto amicizia con il proprietario del locale, Raj, che colpito dallo spirito Goodfellas si è proposto di accompagnarci alla scoperta della Varanasi off tourists.
Da qui ci siamo accodati alla prima processione funebre fino alla vista del Gange, nell’avvicinarci siamo passati dall’essere circondati da case ed edifici, ad altissime cataste di legna di tutti i tipi, da quella comune a legni pregati come il sandalo, che vengono venduti in loco per consentire alle famiglie lo svolgimento della cerimonia di cremazione nel rispetto della casta di appartenenza. Varanasi è infatti capitale di antichissime tradizioni: per un indù morire qui è sinonimo dell’ottenimento della liberazione dal Samasara, il ciclo di reincarnazioni fulcro di questa religione, esistono addirittura degli “ospizi” limitrofi al “Burning Ghat” che ospitano i moribondi in attesa della fine. In maniera discreta Raj ci ha fatto strada tra la miriade di corpi in attesa di essere cremati, le famiglie e tutti coloro che lavorano in questo posto unico al mondo. Lo abbiamo seguito salendo le ripide scale che portano ad una terrazza aperta affacciata sul Gange, dove vengono continuamente date alle fiamme le 8 pire di cremazione. Il calore delle fiamme ci ha accolto e ci siamo fatti strada su una stretta passerella di legna per ammirare questo rito da una posizione migliore. Ricoperti di cenere e con gli occhi arrossati ci rendiamo conto di essere quasi stregati da quanto stesse accadendo, nessuno riusciva a staccare gli occhi da questa cerimonia così antica, intorno a noi nessuno piangeva, nessuno era triste, tutto scorreva naturalmente in attesa che il rogo finisse e che pazientemente l’anima del defunto salisse ad un livello più alto. Fortemente provati da questa cerimonia ci suiamo immersi nuovamente negli angusti vicoli di varanasi, I Gali, troppo stretti per le macchine ma congestionati da un flusso incessante di persone che accorrono al Gange per fare abluzioni, bici e moto che strombazzano incessantemente per guadagnarsi il passo, mucche, capre, scimmie e bufali che, apparentemente pacifici scorrazzano tra il viavai della folla. Incantati dal mantra Om Namah Shivay che aleggia ovunque ci siamo ritrovati davanti all’ingresso di un tempio dedicato alla divinità Shiva, dove in punta di piedi siamo entrati a sbirciare curiosamente, qui abbiamo trovato un immobile simpatico Sadhu, intento a meditare nella posizione del loto, sembra impossibile trovare la pace interiore in questo posto, ma evidentemente è soltanto una questione di concentrazione. Nell’afosa mattinata abbiamo continuato il nostro tour alla volta della Moschea Di Aurangzebs e di un tempio nepalese. Alla fine del nostro tour Raj ci ha invitato a far visita al negozio di suo zio, un abile commerciante con uno strano inglese europeo che ci ha avvolto in centinaia di coloratissime e ricercate stoffe per saari. Con un po’ di contrattazione siamo riusciti nel nostro intento, strappare il prezzo più basso possibile e soddisfatti abbiamo abbandonato il piccolo negozio, affrettandoci a recuperare i nostri zaini per recarci alla stazione. Ci siamo ritrovati quindi catapultati zaini in spalla nel traffico di Varanasi, un delirio di macchine, motorini, risciò, mucche e passanti che si mescolavano nei due sensi di percorrenza, qui sembra che nessuno sappia dove deve andare e che tutto si svolga nel rispetto dell’unica regola qui conosciuta, “Obey the Traffic Rules” così facendo ci siamo fatti coraggiosamente largo alla volta del nostro amato treno che sarebbe partito poco dopo in direzione Lucknow.